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I mitici Stabilo Boss-sensazioni

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Chi non ama gli Stabilo Boss?? Ma, a proposito, sapete cosa sono gli stabilo boss? In Italia si chiamano evidenziatori, ma ovunque nel mondo vengono definiti con il loro marchio: Stabilo Boss, per l’appunto.

Gialli, rosa, blu, verdi, arancioni, celeste, viola… indispensabili compagni di studio, mi danno sicurezza aiutandomi a memorizzare le parti.

Ma soprattutto mi fanno sentire un ETERNO RAGAZZO smile. Non appena tolgo l’amato cappuccio nero – tirandolo con una leggera rotazione -, sentire quel “clic” inconfondibile ed eccomi ripiombato ai tempi degli esami… una sottile emozione, una familiarità, un’intima soddisfazione di sentire confortevolmente “a casa”, in condizioni ottimali per studiare, pieno di quell'entusiasmo speransoso tipico della giovinezza.

Pensate che la fabbrica è stata fondata a Norimberga da Georg Conrad Großberger et Hermann Christian Kurz ben nel 1855, anche se gli “evidenziatori” sono stati immessi sul mercato nel 1971 per per poi essere perfezionati, diventare fluo ed essere lanciati nel 1978: un boom! In meno di 15 anni, sono più di 500 milioni i pezzi venduti! Nel 1998 siamo a un miliardo di pezzi venduti mentre la quinta generazione subentra nella società prendendone le redini.

Sono state poi realizzate alcune linee aggiuntive, quali la Stabilo Easy Original per coloro che imparano a scrivere, così come la Stabilo Néon, destinata ad un pubblico femminile od ancora Easy Birdy, con impugnatura ergonomica, per i bambini.

Un gruppo tedesco, di proprietà privata, che fattura più di 180 milioni, con oltre 1500 dipendenti.

Avrete probabilmente che il logo è rappresentato da un cigno, da sempre simbolo dell’azienda. Esso rimanda al nome della famiglia Schwanhäusser (Schwan significa cigno in tedesco), ma rappresenta anche l’innocenza, la purezza, la saggezza e la bellezza.

 

Sito del gruppo Stabilo Boss

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Il fascino del papillon

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Chiamatelo papillon, farfalla, cravatta a farfalla, farfallino, non importa. L’importante è che faccia parte del Vostro guardaroba!

Si tratta secondo me di un accessorio irrinunciabile, di cui le origini sembrano risalire addirittura all’antico Egitto anche se la teoria maggiormente accreditata lo fa risalire al XVII° secolo. Durante la guerra dei Trent’anni, sembra che i mercenari croati usassero una sciarpa legata al collo per tenere la camicia. Il fiocco prese così piede nella moda maschile francese con la denominazione iniziale di cravatte (da “croato”) per poi essere finalmente chiamato papillon (ovvero farfalla) per via della sua forma. Il suo utilizzo si estese in tutta Europa, tant’è che a partire da fine ‘900, diventa imprescindibile dal guardaroba maschile ed abbinato per eccellenza allo smoking da Pierre Lorillard viene consacrato come il must dell’abbigliamento elegante e formale.

C’è poi chi lo trasforma in un accessorio ironico, utilizzandolo per look più casual, se non addirittura eccentrici (con una giacca sportiva, un maglione o sul costume da bagno!).

Utilizzatissimo in ambito politico (si pensi ad Abraham Lincoln, Franklin Roosevelt e Winston Churchill) è anche molto apprezzato nell’ambito dello spettacolo: da Charlie Chaplin a Fred Astaire, ma anche Frank Sinatra, Johnny Depp e… Gennaro Cannavacciuolo! J

Attenzione: un vero gentiluomo non adopera papillon preconfezionati e già annodati in quanto poco si addicono ai look più ricercati, ma effettua egli stesso l’operazione di annodatura. L’importante è che le estremità del papillon non superino mai in altezza le punte del colletto della camicia ed in larghezza le linee laterali del viso, alfine di mantenere le proporzioni corrette.

A bon entendeur…

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Lo Zeppelin-un fascino intramontabile

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Alzi la mano chi non rimane affascinato dinnanzi ad una foto o filmato ritraente il celeberrimo Zeppelin?

Un veicolo unico nella Storia, intrigante per la sua tipologia e l’impatto che ebbe in un inizio Novecento alla rincorsa continua di novità e progressi tecnologici.

Forse non tutti sanno che la nascita dello Zeppelin fu molto difficile e resa possibile grazie alla tenacità del famoso Graf Von Zeppelin (conte Zeppelin) che ne diede i natali, finanziandone di tasca propria la realizzazione, la quale iniziò nel 1885 con il deposito del primo brevetto. Il conte Von Zeppelin produce il primo dirigibile nel 1899 in un hangar sul bordo del lago di Costanza, a Friedrichshafen: un punto strategico per facilitarne il decollo, fronte vento.

Purtroppo, il primo velivolo, lungo 128 metri, vola solo 18 minuti ed accusa problemi tecnici.

Occorrono 8 anni al conte per trovare altre risorse finanziare ed effettuare innovazioni tecnologiche: nel 1908 il Zeppelin LZ3 vola più di 45 volte, per un totale di oltre 4.000 km. L’aeronautica tedesca si interessa allora al progetto soprattutto a fini militari e arrivati nel 1914, sono già 21 gli Zeppelin prodotti, sia per fini militari che di trasporto, superando 200.000 km totali di navigazione con il trasporto di 40.000 passeggeri.

Ma ecco che scoppia la prima guerra mondiale e gli Zeppelin sono prodotti ed utilizzati come bombardieri nonché esploratori dei movimenti delle navi nemiche. Anche se i caccia si rivelano ben più potenti, rapidi e facilmente manovrabili rispetto ai grossi Zeppelin, questi tuttavia riescono a fuggire al tiro nemico innalzandosi oltre 7500 metri e per lunghe trasvolate, rendendoli quindi strumento interessante per spostamenti di uomini e bombe su lunghi raggi e per bombardamenti.

E’ la firma del Trattato di Versailles ad impedire l’uso militare degli Zeppelin la cui produzione continua dopo la prima guerra mondiale con lo scopo di trasporto passeggeri, anche grazie ad una commessa importante dagli Stati Uniti. E’ così che il 12 ottobre 1924, il primo Zeppelin parte alla volta degli Stati Uniti dove atterra dopo 81 ore e 8050km, in un viaggio senza alcun intoppo. Una folla indescrivibile è presente all’atterraggio. Si entra così nel periodo d’oro dell’epopea dei dirigibili diventati veicoli di trasporto passeggeri ambito dai più abbienti. Nel 1929 addirittura, lo Zeppelin LZ 127 fa il giro completo del globo: Lakehusrt, Friedrichshafen, Tokyo, Los Angeles e ritorno a Lakehurst: 21 giorni di viaggio, 49.600 km!

Mezzo di trasporto di lusso, le rotte diventarono standard: tra l’Europa e l’America del Nord ed il Brasile (4 giorni di viaggio) ed in Europa stessa. I prezzi di allora per un viaggio intercontinentale corrispondevano a circa 40.000 euro di oggi…

Gli Zeppelin erano dotati di comode cabine, letto e doccia, di una sala da pranzo con le miglior prelibatezze (vedi foto menù) in vasellame di porcellana, sala lettura, vetrate panoramiche.

Sono stupende le locandine pubblicitarie dell’epoca: Berlino-Friedrichsafen 7 ore, 400 marchi, con cabina privata, partenza ogni giorno ore 10h.

Erano poi anche molto ambite le cene d’affari (“reception dinner”) organizzate a bordo sopra i cieli di New York ad esempio (vedi foto sotto), riservate ad un pubblico selezionatissimo, altamente pagante, dove l’alta borghesia concludeva affari.

Insomma, un mezzo di trasporto comodo, dove l’alta società godeva di vari comforts in un quadro di stile ahimè oggi scomparso, quello tipico della Belle Epoque.

Purtroppo, come molti di voi sapranno, l’epopea dello Zeppelin terminò dopo l’incendio del 6 maggio 1937, quanto, in pochi instanti, lo Zeppelin LZ 129 Hindenburg prese fuoco. Un incendio sulle cui cause ci furono molte speculazioni, anche se una delle teorie più accreditate riguarda l’infiammabilità della vernice esterne, e dove perirono 36 persone.

Per chi ne avesse l’occasione consiglio di visitare i due musei dedicati allo Zeppelin: quello più importante ed “ufficiale”, ubicato proprio a Friedrichhafen e quello di Meersburg, creato da un privato appassionato di Zeppelin, il quale passò decenni a raccogliere informazioni, testimonianze e oggettistica varia.

In ambedue i casi, potrete godervi un bellissimo viaggio nel tempo di un’epoca un po’ magica, quella della grande Speranza e Fiducia verso la vita e gli uomini, la scienza ed il futuro, che animava milioni di persone, desiderose di migliorare la propria esistenza sognando con lo sguardo svolto al cielo.

 

Museo di Friedrichshafen

Museo di Meersburg

 

 

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Operazione Budapest-un docu-thriller avvincente

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Budapest, 5 novembre 1983: 7 capolavori spariscono dal museo delle Belle Arti. Un furto d’arte compiuto 35 anni fa, che fece grande scalpore mediatico e mobilitò forze di polizie, investigatori, servizi segreti e deviati di varie nazioni. Mentre gli autori furono arrestati e condannati con una rapidità senza precedenti, i mandanti rimangono tuttora ignoti ed ancora oggi c’è chi ha paura di parlare…

Sono tanti i pezzi di questo grande ed intricato puzzle, che faticano ad incastrarsi, come intrappolati in una rete complessa di enormi interessi dove emergono figure legate alla criminalità, all’intelligence, alla politica….

Un fatto di cronaca vera, che sembra tuttavia sfidare le trame mozzafiato dei più grandi romanzi gialli.

Operazione Budapest è un magnifico docu-thriller che ho avuto il piacere di vedere la scorsa settimana in anteprima nazionale, al cinema Aquila di Roma. Prodotto da GiKa Productions, diretto da Gilberto Martinelli e montato da Anna Nagy - la quale ha collaborato alle ricerche storiche nonché alla sceneggiatura-, l’opera è degna di essere vista, commentata e promossa.

Aldilà dell’interesse storico in sé, l’approccio e ritmo narrativo scelti dal regista colpiscono nel segno. 50 minuti che scorrono veloci, dove gli elementi si sovrappongono gli uni su gli altri, presi da varie angolazioni così che lo spettatore crede di avvicinarsi sempre più alla soluzione: ma non appena arriva il finale, ti accorgi che il disegno rimane indecifrabile o, meglio, decifrabile in modo plurimo, sicché la soluzione univoca viene a mancare… Hai tutti i pezzi del puzzle, ma il disegno svanisce.

Il montaggio poi è eccellente e conferisce il giusto rilievo ad ogni sequenza, alternando con grande sensibilità i vari toni e tipologie del discorso, restituendo alla narrazione leggerezza, alternanza di sensazioni e nel contempo voglia di arrivare in fondo al discorso, in armonia con la bella colonna sonora di Andrea Ridolfi.

Insomma, un ottimo prodotto, curato nei minimi particolari, frutto di un’intensa ricerca storica, che ha positivamente colpito tutta l’audience della prima e che spero possa essere distribuito come merita, mentre ritengo possa fungere anche da ottimo spunto per la stesura di un vero proprio film già scritto dagli autori.

 

Sito GiKa Productions 

Chi è Gilberto Martinelli 

Chi è Anna Nagy 

Chi è Andrea Ridolfi 

Cinema l’Aquila

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Hotel Weisshorn-un italiano sulla vetta

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Alcuni destini sono affascinanti. Oggi vi racconto quello di Francesco Mosoni, un italiano nato a Domodossola nel 1845, quindi emigrato in Vallese dove iniziò a lavorare nella ristorazione. 

Francesco pensò bene a sistemarsi a Sierre, ai piedi del magnifico Val d’Anniviers, splendida valle che tuttora gode del cachet tipico di quei posti tradizionali, preservati dalle masse turistiche, pur offrendo moltissime attività ed attrezzature sportive di ottimo livello. Ed è proprio nel Val d’Anniviers e per evitare la concorrenza già esistente allora, che decise nel 1882 di costruire una struttura ricettiva sul versante della montagna che collega St-Luc a Zinal, a ben 2337 metri di altitudine. Furono in molti a dargli del matto e dovette affrontare i lavori in grande solitudine…Peccato che nel 1889 l’edificio bruciò e Francesco dovette rimettersi all’opera, prevedendo tuttavia la struttura in pietra e non in legno, lavori che durarono due anni. Considerate che all’epoca c’era solo una mulattiera per andare da Vissoie (villaggio base a 1200 di altitudine fornito dei materiali necessario) al punto prescelto privo ovviamente di elettricità, acqua corrente e riscaldamento…. E’ stato documentato che il solo trasporto del pianoforte durò due giorni e si fece a spalla con 2 gruppi di 6 uomini ciascuno che si alternavano.  Quindi 1137 metri di dislivello, da compiere centinaia di volte a dorso d’asino e a cavallo, caricando tutti i materiali da costruzione… immaginatevi un po’…

L’Hotel Weisshorn, in stile inglese, dotato di fumoir e dove era obbligatoria la tenue de soirée per la cena, fu inaugurato nel 1891. Nel 1914 Francesco Mosoni morì e l’albergo chiuse qualche anno durante la prima guerra mondiale per riaprire nel 1917 dalla figlia Emma e suo marito, Henri Tosello, anche lui di origine italiana.

La relativa descrizione pubblicitaria è, secondo me, affascinante:

> Albergo dotato di ogni comfort: bagno, riscaldamento elettrico, telefono, trasporto con cavalli, vetture e muli sino all’albergo mediante il sentiero montano. Cura di latte appena      munto, cura di uva a partire dal 20 agosto. Sport: alta montagna e nuoto (Lago di Combavert 3-4 ore di cammino e Lago del Tounot 1 ora di cammino: laghi di montagna freddi, tonificanti e rigeneranti, circa 6 gradi d’estate) <

Alla morte dei proprietari, l’albergo passò di mano prima di essere abbandonato nel 1966. Nel 1968, 4 amici del luogo si consorziano per rilevarlo prima che, nel 1990, la furiosa tempesta di alta montana Vivian ne strappa il tetto, impedendone l’abibilità per alcuni anni. Viene finalmente ricomprato da un industriale di Lucerna, Werner Fischer, grande amante della montagna, che ha saputo conservarne il lustro, per la gioia di tutti noi.

Quindi, nonostante queste numerose peripezie, la Storia ha dimostrato che il Sig. Francesco Tosoni Fu molto lungimirante e la sua intuizione perfetta individuando quel posto come location ideale per tutti gli amanti della montagna e della natura.

Infatti, come ogni storia a lieto fine, l’albergo aperto tutto l’anno, ristrutturato e dotato di maggiori comforts, ha conservato il suo cachet di un tempo e gode di una grande fama, accogliendo migliaia di visitatori ogni anno da ogni parte d’Europa. L’albergo è anche location di matrimoni, feste e ricorrenze varie. L’interesse di questo posto è anche dovuto al fatto che vi si può accedere da 3 diversi versanti di varie difficoltà ed è un punto di partenza ideale per grandi escursioni e tracking di una o più giornate.

Troverete sotto alcuni scatti e links su questo splendido posto.

 

Sito internet albergo Weisshorn

Pagina facebook albergo Weisshorn

Sito Val d’Anniviers

 

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Blog- Amami Alfredo…e le sue posate d’oro

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Mi piace nuovamente ricordare che da 111 anni, ovvero dal 1908, i romani, italiani, turisti e tanti amanti della buona cucina hanno la fortuna di gustare le fettuccine “all’Alfredo”: le famose bionde al doppio burro, condite con parmigiano e freschissime. Già l’anno scorso avevo scritto un post in occasione dei festeggiamenti del 110° compleanno (leggi post).

Oggi vi racconto invece delle famose posate d’oro del Vero Alfredo, posate che furono regalate al fondatore Alfredo Di Lelio da Douglas Fairbanks e Mary Pickford, i due celebri attori americani del cinema muto che vennero a Roma in luna di miele, approdando nel locale d’origine, in via della Scrofa, aperto nel 1914. L’accoglienza calorosa e evidentemente “squisita” di Di Lelio gli valse questo prezioso dono, ovvero quello di una forchetta e di un cucchiaio in oro massiccio con una dedica incisa “To Alfredo the King of noodles”.

Eccomi ospite dei squisiti proprietari, intento a gustare le famose fettuccine con le…. posate in oro. Quale onore! GRAZIE GRAZIE GRAZIE ed AD MAIORA!

 

Sito internet ristorante “Il Vero Alfredo”

Pagina facebook

 

 

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Roma nascosta - La Bugia

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Roma città dalle mille sorprese…

Via di S. Simone è un piccolo vicolo cieco, perpendicolare alla celebre via dei Coronari, non lontano da Piazza di S. Salvatore in Lauro, pieno centro di Roma. Il nome di questa viuzza che ho percorso tante volte, deriva dall’antica chiesa Ss Simone e Giuda ubicata in cima alla scalinata che si innalza a destra della via stessa. Costruita nel XII secolo e consacrata da Papa Pasquale II e poi da Innocenzo II, era dedicata a S. Maria de Monte: infatti essa sorgeva sul “Monte Giordano, accanto al Palazzo di Giordano Orsini e ne costituiva la Cappella baronale. Nel XV° secolo, fu poi dedicata a Ss Simone e Giuda.

Restaurata nel 1700 da Papa Clemente XI, questa bella chiesetta affrescata fu sconsacrata nel 1902 e messa all’asta dal principe Orsini. E’ così che la destinazione d’uso variò, parte ad abitazione, parte a teatro, ovvero il Teatro Alcazar dove, per anni, si esibirono celebri sciantose e starlette dell’epoca, nonché Petrolini. Il locale divenne poi un cinema e fu rilevato alla fine degli anni ‘70 dalla grande attrice Paola Borboni adibendolo a teatro lo chiamò il Teatro Parnaso. Fu infino nuovamente chiuso e riaperto come teatro/ristorante, con il nome di Teatro della Bugia, famoso appunto per la sua formula vincente cena-spettacolo.

Per due stagioni ho avuto modo di proporre con grande successo, un mio spettacolo un po’ riadattato: GRAN VARIETA’.

Il locale chiuse nel 2006 purtroppo, ma sono in tanti a ricordarselo e gran parte del suo pubblico ancora mi segue. Ora è tutto serrato, sepolto come quel mondo di luccichii e paillettes d’un tempo, ma sono felice di averne fatto parte per due anni. Rifare questa scalinata, dopo tanti anni, mi ha quindi commosso, provando quel sentimento di nostalgia per un mondo che non c’è più!!

Sotto, alcune foto della via e dell’ingresso.

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Perché “I love New York”

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I love NY” troneggia ovunque, magliette, capellini, borse, stivali, una scritta ripresa da tante altre città del mondo. Ma vi siete mai chiesti da dove viene questo slogan? Si, perché si tratta proprio di uno slogan, ovvero un logo nonché una canzone risalenti al 1977 e alla base di una campagna pubblicitaria volta a promuovere il turismo nello stato di New York. “I Love New York" è poi la canzone di stato di New York. E’ stato il grafico Milton Glaser a progettare lo slogan, dietro ingaggio di William S. Doyle, vice commissario del Dipartimento del commercio dello Stato di New York. In effetti, all’origine si trattava di uno sketch per accompagnare lo slogan dell'agenzia "I Love New York" e concepito in un taxi. Comprendeva la lettera I e una forma a cuore seguita da NY, tutti sulla stessa linea. Quando l'idea si sviluppò, Glaser decise di impilare l'io e il cuore su una linea sopra i personaggi di New York, affermando in seguito che poteva essere stato "subliminalmente" influenzato dall'immagine della pop art LOVE di Robert Indiana.

All’epoca si pensava che la campagna sarebbe durata 2-3 mesi, tant’è che Glaser lavorò gratuitamente. Invece tale icona in stile pop diventò un enorme successo e continua ad esserlo, tanto da essere compiate in tante altre nazioni anche se nella mente popolare il logo rimane strettamente associato a New York City e la collocazione del logo su semplici T-shirt bianche lo ha reso un simbolo mondialmente riconosciuto.  Lo slogan divenne poi particolarmente importante dopo l’'11 settembre, creando unità tra la popolazione ed i turisti che indossavano tutti le magliette con il logo “I Love New York” come segno di sostegno morale alla tragedia. Glaser ha poi creato una versione modificata per commemorare gli attacchi, ovvero "I Love NY More Than Ever", con una piccola macchia nera sul cuore che simboleggia il sito del World Trade Center.  La macchia nera si avvicina alla posizione del sito nella parte bassa dell'isola di Manhattan.  

Tanto per la Vostra curiosità. cool

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