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Splendori e miserie dei camerini teatrali

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Come potrete immaginare, in decenni di “peregrinaggio” in tantissimi teatri italiani e non, ne ho visto di cotte e di crude e da tutti i punti di vista. Ho recitato sotto installazioni tecniche pericolanti, su palcoscenici dalle tavole rotte, in teatri dove si moriva di freddo durante l’inverno o si soffocava già da aprile; ho trovato teatri privi di acqua corrente nei bagni di servizio. Ci sono teatri in cui il direttore ti accoglie a pompa magna ed altri in cui incontri solo il custode e dove, da fine ad inizio rappresentazione, se hai una qualsiasi esigenza, puoi contare solo sulla bravura del tuo staff personale… Ci sono persino teatri in cui piove dal tetto ed altri in cui trovi pareti ammuffite.

Ovviamente, ci sono anche teatri dove è tutto all’opposto! Dove ceste di frutta e dolciumi ti accolgono in camerino o addirittura un inserviente passa ogni mezzora con un carrellino chiedendo se occorre qualcosa. Ho visto e “vissuto” camerini meravigliosi, con doccia privata dotata di bagnoschiuma, shampoo e asciugamani profumati od ancora camerini con divano letto per riposare, scendiletto e pantofole usa e getta.

Insomma, potrei scrivere un libro in merito intitolandolo “un tragi-comico itinerario teatrale…”.

Infatti, alcune volte, ti viene proprio da piangere, ma devi comunque andare in scena, all’ora prestabilita, recitare la tua parte, fingendo che tutto vada bene, quando magari non è affatto così.

Ho deciso così di stillare un piccolo vademecum, una sorta di promemoria, di come noi artisti e tecnici vorremmo trovare il teatro al nostro arrivo, ovvero la mattina del debutto:

  • Un responsabile tecnico (capita anche di non trovare gli interruttori per illuminare o spegnere la sala…)
  • Un’attrezzatura tecnica corrispondente a quanto pattuito (spesso viene garantita la presenza di un amplificatore o di un proiettore quando invece non esiste né l’uno né l’altro…)
  • Un sipario funzionante… è sempre imbarazzante trovarsi con un sipario a mezz’asta…
  • Camerini puliti: non li pretendo igienizzati né al profumo di rosa, ma quanto meno puliti e con il cestino della spazzatura SVUOTATO (avete idea di quanto puzzino gli avanzi ammuffiti delle precedenti compagnie…??)
  • Camerini con luci funzionanti… (è anche capitato di starci al buio…)
  • Camerini caldi (specialmente d’inverno): possibilmente almeno 22 gradi.
  • Se i camerini hanno una finestra, sarebbe opportuno sia funzionante, ovvero che si possa aprire e chiudere. D’inverno per non avere spifferi e d’estate per poter aerare l’ambiente.
  • Nei camerini è sempre gradito trovare una bottiglietta d’acqua: so che può costare anche 1 euro, ma a volte accade che i bar del circondario siano chiusi, né si trovino distributore automatici: e la sete incombe lo stesso…
  • Gabinetti con acqua corrente e dotati di carta igienica. La chiave è spesso considerata un optional: personalmente amo una certa privacy…
  • Luci di servizio dietro il palcoscenico (camminare al buio dietro le quinte, magari dovendo anche cambiare un costume non è molto agevole e può essere anche pericoloso)

Infine, è sempre gradito iniziare lo spettacolo in orario, al massimo con 5 minuti di ritardo. Non avete idea quanto sia odioso aspettare 15-20 minuti pronti dietri il sipario, sentire il vocio del pubblico, il suo viavai incessante, la miriade di telefonate “devo spegnere che sono a teatro” (ma tanto non spengono quasi mai… sarà oggetto di un altro post)…

Tutto ciò non è pignoleria credetemi, sono aspetti che danno maggior serenità e consentono di lavorare meglio.

Nella foto, eccomi ben accolto nel bel camerino del Teatro Florida, Firenze.

 

Teatro Florida, Firenze  

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Ospedale di Sion: esperienza di un italiano in vacanza

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Durante queste feste ho dovuto purtroppo chiamare in urgenza il servizio telefonico di guardia dell’ospedale di Sion (Vallese - Svizzera) per un problema di mio figlio, per fortuna non grave e risolto in 48 ore. Il servizio telefonico, nella persona dell’infermiera Aude, mi ha risposto dopo 3 squilli, alle ore 19h30, poi nuovamente alle ore 21h30, dandomi molteplici consigli. Non solo. L’indomani, alle 13h00, mi ha chiamato il primario in persona, il dott. Russo, per accertarsi se la situazione fosse risolta o meno: una cosa incredibile per noi italiani…. Siccome non lo era del tutto, mi ha invitato a venire in ospedale per un consulto più approfondito.

Ora, quando ho raccontato l’accaduto ad alcuni amici valligiani, tutti sembravano stupiti del fatto che avessi ottenuto risposta alle mie telefonate. Infatti, la stampa locale, da giorni, sta pubblicando articoli critici dello stesso servizio, accusandone l’interruzione.

Data la mia esperienza assolutamente opposta, ho voluto approfondire la questione parlandone con l’ospedale stesso.

Ebbene, sembra che una campagna mediatica sia in atto, gettando ombra sull’operato del personale. Il servizio, gratuito e volontario, attivo dal 2004, non è assolutamente stato interrotto! Esso è stato solamente limitato dalle ore 17h alle 23h, orario in cui i medici privati non esercitano a studio, dato che in pochi anni si è passato da 4000 chiamate a 15.000. Dopo le 23h invece, per le urgenze, occorre chiamare il 144 (il nostro 118). Giustamente, questa limitazione a 6 ore giornaliere da parte del personale, non deriva minimamente da una cattiva volontà, ma da una reale impossibilità di gestire tale ammontare di telefonate in aggiunta al proprio lavoro corrente, considerando anche il fatto che la durata media di ogni singola chiamata eccede spesso 10 minuti. Giustamente il personale, con cui ho parlato, chiede semplicemente di poter integrare l’organico di 1-2 unità, null’altro. Non si tratta quindi né di menefreghismo o di insensibilità, né di svogliatezza od altro. E posso affermare che per le 3 ore che sono rimasto in ospedale, ho potuto in effetti personalmente constatare una quantità impressionante di telefonate esterne in arrivo a cui le infermiere rispondevano, sempre con grande disponibilità, in aggiunta al lavoro interno da svolgere.

Pertanto, gradirei lanciare un fiore al servizio in questione ed all’ospedale in generale.

Per concludere e dovere di cronaca, aggiungo che in ospedale ho trovato un servizio eccellente e tempestivo, un ambiente molto accogliente, soprattutto per i bambini, tutto il personale sorridente, affettuoso ed estremamente professionale, nonostante l’evidente mole di lavoro che non lascia tregua. Mio figlio è stato visitato inizialmente da 2 infermiere, quindi dalla pediatra di turno, dall’otorino ed infine dal primario, ha passato due esami specialistici, il tutto nell’arco di tre ore, con un’attesa iniziale di 10 minuti ed un livello di confort assistenziale da 5 stelle!

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Riccia o frolla???

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Riccia o frolla? Questa è una battuta di un mio spettacolo, ma sono anche, e soprattutto, due aggettivi che qualificano la famosissima sfogliatella, spesso oggetto di doppi sensi…

Ma lì dove fu inventata, credo ve ne fossero ben pochi di “doppi sensi” ahimè. Si, perché la sfogliatella è stata inventata in un convento di clausura, quasi sicuramente quello di Santa Rosa, sulla costiera amalfitana, anche se alcuni danno il primato a Santa Chiara.

Compito delle suore era anche quello di cucinare, ivi compreso il pane che sfornavano ogni quindici giorni. Pare che un giorno del ‘600, rimase sul tavolo un avanzo d’impasto, fatto di farina cotta nel latte (semola). Era impensabile buttarlo, così una suora pensò bene – santa ispirazione? – di aggiungervi un po’ di zucchero, di frutta secca e di liquore al limone, creando così un “ripieno” che infilo tra due sfoglie di pasta, addizionate di strutto e, forse, di vino bianco.

Forse per placare il suo sentimento di colpa per aver creato tanta bontà (questo lo aggiungo io! smile), la suora ripiegò la sfoglia superiore, dandole la forma di un cappuccio di monaco, prima di riporre tutto in forno. Il successo fu immediato e redditizio!

Il convento iniziò infatti a produrre la ribattezzata “Santarosa” per i contadini della zona, sempre golosi, che depositavano le monete nella ruota prima di girarla ed ottenere questa squisita novità. Dopo circa due secoli, la sua fama giunse sino a Napoli quando certo Pasquale Pintauro, celebre oste in via Toledo, ne fiutò l’affare. Inizio a produrre la Santarosa, convertendo la sua osteria in laboratorio dolciario.

Ad onor del vero, Pintauro ebbe il merito di modificare la ricetta originale, molto più spartana, e di ribattezzare il dolce in sfogliatella. La sua varietà più famosa, la riccia, ha sempre mantenuto al sua forma triangolare a conchiglia. Diventata celeberrima, la sfogliatella si trova oggi in tutte la pasticcerie di Napoli. Per chi cerca il meglio, consiglio la stessa bottega di Pintauro sempre in via Toledo che, ovviamente, ha cambiato gestione, ma non la qualità, oppure quella della Pasticceria Bellavia.

 

 

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Blog–cos’è la cultura?-incontro con Patrick de Carolis

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La settimana scorsa, nell’ambito della settimana francese Rome-Paris, Paris- Rome, ho avuto modo di assistere a Roma ad una bellissima intervista voluta ed organizzata dalla Sig.ra Jacqueline Zana-Victor di Patrick De Carolis, noto giornalista e presentatore televisivo francese, ideatore di trasmissioni culturali che hanno fatto storia, nonché ex presidente direttore di France Televisions et France 24.

Intervistato da Roly Kornbit di TV Gold, in una bellissima location quale la Galleria Plus Arte Pulse, i temi affrontati sono stati perlopiù attuali:

  • il ruolo che dovrebbe avere la TV pubblica rispetto a quella privata
  • Il ruolo della politica nella televisione
  • L’invasione dell’“intrattenimento” a scapito di altre trasmissioni, film o format informativi e culturali

Grande merito di De Carolis è, a mio giudizio, l’elevatezza e l’ampiezza di vedute circa un mondo mediatico da riformare, italiano, francese ma anche europeo in generale, il desiderio profondo e reale tentativo di migliorarne le sorti, il coraggio della schiettezza, ovvero l’assenza di quest’odiosa modalità espressiva molto in voga il cosiddetto “politically correct” e la sua profonda cultura condita da una buona dose di carisma e simpatia che hanno letteralmente entusiasmato la platea.

Infine, egli ha dato la sua definizione di “cultura”, termine spesso usato a vanvera, oggi sinonimo di un calderone dove le cose più disparate vengono ammassate, senza un minimo denominatore comune di qualità. Basta vedere certi film di “interesse culturale” finanziati dal Mibact e spacciati per film d’interesse “culturale”… .

La definizione di De Carolis della parola “cultura” è molto interessante e condivisibile, in quanto la “cultura” non può essere una semplice etichetta da appiccicare ad un determinato “prodotto” (libro, quadro, spartito musicale…), bensì è l’effetto di quel prodotto sulle persone e la società. Questa definizione, inoltre, racchiude in sé un metro di misura che fa capire immediatamente ciò che ha valore e ciò che non ne ha. In sostanza, è inutile cercare di far accettare il concetto – come tanti relativisti e/o detrattori a-culturati vorrebbero fare – che “Beethoven” e “Ebasta” sarebbero due espressioni culturali di pari valore… vedi mio precedente articolo in merito (leggi l'articolo) e che “i gusti son gusti”. No! La cultura non è semplicemente questione di gusto personale, ma qualcosa di molto di più ampio. La cultura, secondo la bella definizione di De Carolis, è qualcosa di molto più nobile e deve soddisfare 4 punti:

  • La cultura è tutto ciò che ha una funzione aggregante tra le persone: unisce i popoli, le etnie, le generazioni…. si pensi ai tanti libri, alla musica, quadri o film per cui non esistono frontiere, né credi politici o religiosi
  • La cultura è tutto ciò che rivela l’individuo: seppur aggregante, la cultura fa emerge le diversità e l’individualità della persona
  • La cultura è tutto ciò che rende liberi: essa conferisce facoltà critica ed oltre a farci riscoprire noi stessi, la nostra vitalità ed identità, ci libera dai condizionamenti che spesso dissacrano l’esistenza
  • La cultura è tutto ciò in grado di elevare la qualità della vita e di rendere l’uomo migliore

Spero di non avervi tediato con questo post che potrebbe sembra un po’ saccente od avere un sapore troppo intellettualoide. Tuttavia, ritengo che alcune precisazioni vadano fatte, mentre ribadire con forza concetti-chiavi, soprattutto riguardante la cultura per l’appunto è essenziale, per noi e per le future generazioni. Oggi viviamo in un marasma produttivo e mediatico senza precedenti: anche il peggiore obbrobrio del momento troverà un produttore e dei media in vena di vantarne i meriti, vuoi per soldi o per mille altri motivi. Ed è una cosa che ritengo sbagliata ed anche grave. Rendiamo a Cesare quel che è di Cesare!

Quindi grazie al Sig. De Carolis di aver espresso il suo prezioso punto di vista: credo che ogni persona presente in platea sia uscita arricchita da questo incontro che spero potrà essere presto tramesso in TV o via web.

  

Patrick de Carolis

Gold TV

Rome – Paris Paris Rome

Galleria Plus Arte Puls

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Blog – Joe Assouline, i “bistrots parisiens”

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Amici romani, il 9 marzo, ore 18h30, presso la Galleria Fondaco di Roma, si terrà il vernissage del pittore francese Joe Assouline.

Per chi ama il “realismo poetico” delle “vite silenziose”, accorrete per ammirare i suoi famosi “bistrots parigini”, storici testimoni di storie personali e pubbliche, belle o drammatiche, talvolta commoventi, bistrots frequentati dalle persone più “chic”, come dai più tetri e tristi bassifondi, ricettacoli di mille storie disparati che si intersecano, si dimenticano o rimangono impresse per sempre nella Storia.

L'incontornabile "bistrot francese" splendidamente (ri)evocato, dove tutto quello che non si può è qui dipinto.

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Blog – Quanti-amano-l’operetta?

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Ho sempre amato l’operetta, in particolare la Vedova Allegra, di Franz Lehár, che ho avuto il piacere di interpretare numerose volte, in vari teatri lirici sotto diverse regie. Tant’è il mio ultimo spettacolo si intitola Allegra era la Vedova? e ne racconta le vicende tramite il suo primo protagonista, Louis Treumann, grande attore e cantante viennese dello scorso secolo.

Ma cos’è esattamente l’operetta? Considerata a lungo (ed anche oggi perlopiù) una sorta di “avanspettacolo”, quindi un genere minore, l’operetta tratta di temi sentimentali e/o giocosi, nonché di satira politica, dove la prosa si alterna alle parti cantati, unitamente a parti danzati ed altre corali. Caratteristica del genera è la sua ricchezza scenografica ed i risvolti narrativi improvvisi e spesso comici. Nata in Francia a metà 800 con Offenbach, l’operetta si è quindi diffusa in Austria, in Germania ed in Inghilterra, attingendo di volta in volta alle opere esistenti localmente del teatro musicale, o de “l’opéra bouffe” francese, alla ballad inglese ed il Singspiel tedesco.

Pura espressione della borghesia, a lungo snobbata dall’élite aristocratica, l’operetta ha faticato per decenni nei teatri di periferia, nelle cittadine di provincia, prima di affermarsi come genere artistico di tutto rispetto sino al suo culmine durante la Belle Epoque, periodo che coincide con l’espansione internazionale della borghesia e affermazione dell’alta borghesia industriale. Autori e compositori quali Lehar, Strauss, Silbert & Sullivan, per citarne solo alcuni, ne sono l’emblema. Molto interessante è poi la contaminazione tedesca il cui genere minori era allora il cabaret e ritmi di marcia, a sfondo intellettuale e satiro tipo di Berlino. Spicca su tutti Kurt Weill e la sua Opera da Tre Soldi, libretto di Bertold Brecht.

In Italia l’operetta faticò molto e visse prevalentemente di “importazioni” prima che compositori quali Costa, Ranzato, Pietri e Lombardo riuscirono ad imporre il genere, in un settore totalmente dualistico: la prosa drammatica e l’opera lirica: opere quali Paese dei Campanelli, Cin-Ci-Là, La Danza delle libellule, ne sono esempi di tutto rispetto. Fino agli anni 60, anche grazie ad una crescente teatralizzazione del genere, questo continua proliferare anche grazie ad artisti di prim’ordine quali Wanda Osiris, Anna Magnani, Erminio Macario, Gino Bramieri, Isa Barzizza e molti altri.

Sino a qualche anno orsono, la città di Trieste ha ospitato per molti anni un bellissimo ed importante “Festival dell’Operetta”, divenuta anche n’importante attrazione turistica. Oggi, purtroppo, in Italia, a turnazione in qualche teatro lirico, viene perlopiù rappresentata la “Vedova Allegra”, tutt’ora molto apprezzata dal pubblico, ma il genere sembra quasi abbandonato.

 

 

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Blog–Sfera Ebbasta–Basta con i finti artisti!

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Si è parlato tanto dell’incendio alla discoteca di Corinaldo in cui si stava esibendo certo Sfera Ebbasta. Non ho volutamente scritto alcunché a dicembre, nel clou della polemica, ma ora che si sono calmate le acque, desidero esprimere il mio punto di vista.

Questo cosiddetto artista appartiene al genere “trapper”, ultima evoluzione, o meglio in-voluzione, del rap, che si diletta a scrivere testi provocatori e volgari, inneggiando al sesso, ai soldi, all’alcol.

Alcuni gli hanno addirittura attribuito la colpa dei morti carbonizzati, in questa discoteca sovraffollata contro ogni regola di sicurezza: questo, a mio giudizio, è sbagliato. Un conto è scrivere e cantare roba oggettivamente brutta e moralmente discutibile, altra cosa è la responsabilità di una mala gestio da parte degli organizzatori del concerto.

Detto questo, ritengo invece che una vera e propria COLPA morale l’abbiano certa parte di mass media, quei “giornalisti”, “critici”, “articolisti”, nonché radio e emittenti vari che danno spazio a queste forme di espressione pseudo-artistiche.

Non si tratta di fare censura, né di essere bacchettone, ma nemmeno di fare l’IPOCRITA e/o l’intellettual-chic, per cui tutto si può dire e fare, in quanto spetta all’utente finale scegliere cosa ascoltare.

Se la censura è cosa sinceramente odiosa ed impensabile ovviamente, la continua proposta di oscenità pseudo-artistiche, totalmente vacue e diseducative, soprattutto per i giovani lo è altrettanto. E dare spazio mediatico a queste schifezze significa in qualche modo legittimarle, nonché, il passo è breve, riconoscere loro un “valore”: e questo è molto grave! Oggi giorno, è quasi impossibile non sentire queste brutture, anche se non lo vuoi: nei grandi magazzini, nei bar, nel taxi, in coda al telegiornale.

Non è del tutto vero quindi che una persona possa “scegliere” cosa ascoltare. Ed i mass media hanno, ahimè, un potere immenso in mano (ricordo il film Quarto Potere…), quello di filtrare e manipolare le informazioni da passare al pubblico e, da lì, inevitabilmente, influenzarlo, soprattutto se giovane, con poche alternative e punti di riferimento! Se nell’arco di 24 ore, il 90% della proposta promozionale e mediatica riguarda prodotti orridi, intanto siamo di fronte ad una sorta di dittatura a-culturale, ma soprattutto passa l’idea che l’intera produzione artistica sia racchiusa in questo 90% e che il 90% della popolazione ami e richieda questa stessa produzione…

Da lì i grande equivoco: “questo vogliono gli Italiani, questo diamo loro”.

Ebbene non è vero! Questo vuole una GRANDE MINORANZA di Italiani, ma una GRANDE MAGGIORANZA dei mass media e potenti produttori. Perché? Perché la provocazione, spesso totalmente sterile, fa audience e fare audience significa vendere più cari gli spazi pubblicitari.

Se questi ragazzini inconsapevoli fanno comodo ad un sistema di facile arricchimento, mi chiedo: ma i genitori, dove sono? Cosa insegnano ai propri figli? Chiedo loro:

Quale significato artistico (nonché morale) possono avere tatuaggi satanici sulle braccia?

Quale significato artistico (nonché morale) possono avere testi come “Mamma, devi stare calma se fumo qualche canna” o ancora “Hey troia! vieni in camera con la tua amica porca” ?

Quale significato artistico possono avere diamantini sui denti, pellicce fluo e foto con il dito medio all’insù?

Testi ed atteggiamenti come questi nulla hanno da spartire con l’arte e l’espressione artistica in generale, ma sono figli di una generazione incerta, preda ad una confusione culturale in cui prevale solo il proprio orizzonte personale, la ricerca spasmodica del proprio successo, ovvero di soldi, e la soddisfazione del proprio ego. "Artisti" che, soprattutto grazie all’appoggio di scaltri impresari e mass media di basso rango, vengono innalzati ad esempio, fors’anche a mito giovanile, quando dovrebbero umilmente tornare sui banchi di scuola e preferibilmente tacere…

La vera Arte non porta all’abbrutimento della coscienza, né deve essere per forza provocatoria. La vera Arte ti emoziona intimamente, innalza le tue vedute, ti rende generoso, consapevole ed abbellisce il tuo orizzonte.

Ho scritto questo post, da persona che vive di arte e di produzioni artistiche. Ma sarà il primo e l’ultimo su individui di questo tipo che ad altro non mirano: far parlare di se, a qualunque costo.

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Blog–dietro-le-quinte

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Oggi voglio parlarvi di cosa c’è dietro le famose “quinte”: in teatro, ma anche, seppure in modo leggermente diverso, in tv e al cinema. Si, perché sulle locandine, in tutta la promozione e pubblicità in generale, si parla quasi solo esclusivamente degli attori (o attrici) e poi del regista. Solo raramente, vengono menzionati tutta una serie di altre figure altamente professionali, senza le quali sarebbe impossibile andare in scena o fare un film.

Eppure, queste figure sono davvero tante: di base, più la produzione è grossa più sono numerose. Qualora parliamo di una piccola produzione, capita che due-tre ruoli vengano accorpati in uno solo: ed il tecnico deve avere quindi molte capacità e tanta flessibilità.

In teatro, una delle figure principe è il direttore di scena. Egli detiene la responsabilità dell’intero allestimento dello spettacolo, è profondo conoscitore di tutti i ruoli tecnici. Stabilisce gli orari, la metodologia di lavoro, rileva e sanziona eventuali inadempienze, tiene i rapporti con la direzione artistica, il produttore (ovvero il finanziatore) e la direzione del teatro.

Ovviamente vi è poi il regista dell’opera: dirige gli attori, decide se e come tagliare un copione, nei film decide le inquadrature, mentre in teatro stabilisce le entrate/uscite degli attori. In buona sostanza, funge da “autore” di un opera, anche se questa non è stata scritta da lui.

In teatro, esiste anche direttore di sala, ovvero dell’ambiente teatrale, ma anche della cassa, delle mascherine, del guardaroba, della sicurezza, dell’eventuale bar: insomma assicura l’accoglienza ottimale degli ospiti.

Quando siamo di fronte ad un opera cantate, subentra la figura del direttore musicale il cui ruolo è interpretativo: sceglie l’andamento, i tempi ed indirizza i musicisti, stabilendo gli ingressi delle voci. A volte è affiancato dal vocal coach, che prepara i cantanti seguendo le indicazioni del direttore musicale.

Altro ruolo essenziale è quello dello scenografo: crea tutti quegli elementi di scena atti a creare l’ambiente in si svolge l’azione scenica, sempre raccordandosi il regista, assecondandone le esigenze. Un buon scenografo è esperto in disegno, pittura, scultura, architettura e grafica, conosce bene i vari materiali e ovviamente ha solide basi per creare effetti di prospettiva.

Il costumista disegna e scegli gli abiti di scena, di concerto con il regista e lo scenografo.

Il coreografo invece cura le coreografie dei ballerini/danzatori.

Un tecnico da me molto apprezzato quando è bravo, è il cosiddetto light designer: colui che disegna il piano luci, sempre concertandosi con il regista e lo scenografo. Crea effetti speciali, ambientazioni particolari, controlla coordina tutte le luci dello spettacolo. E’ coadiuvato dal tecnico luci, in sostanza l’elettricista del teatro che monta gli impianti e segue il sistema di illuminazione durante l’intera rappresentazione

Vi è poi l’ingegnere del suono o il sound designer: esperto musicale, di tecnologia e di acustica, coadiuvato dal fonico, sorta di elettricista esperto di impianti audio (amplificatori, microfoni, mixer, registratori, e così via).

Altra importante figura è quella del truccatore: il truccatore di teatro deve spesso essere in grado di evidenziare specifici tratti somatici per via della grande distanza tra l’attore ed il suo pubblico, cosa che non accade in ambito cinematografico

Il parrucchiere: gestisce le parrucche e deve conoscere le varie “acconciature” storiche.

Il compito dell’attrezzista è quello di gestire gli arredi, gli oggetti ed altri piccoli materiali (per opposizione alla scenografia) occorrenti in scena. Ad esempio: il vasellame di una tavola imbandita…  E’ un mestiere artigiano, in quanto deve realizzare e/o modificare oggetti secondo le esigenze dello scenografo e del regista.

Dal canto suo, il macchinista monta, smonta e sposta gli elementi scenografici. Assomiglia ad un piccolo ferramenta ambulante, sempre attrezzato con cacciavite, chiodi, martelli e simile. E’ anche colui che si occupa delle varie eventuali corde su cui attaccare gli stangoni per appendere fondali e quinte. 

Infine, il videomaker e fotografo: curano personalmente le riprese e gli scatti fotografici dello spettacolo, mentre il montatore, come lo dice la parola stessa, “monta”

Credo di non aver dimenticato nessuno, se non il finanziatore…. J , senza cui nessuna delle persone sopra elencate lavorerebbe, mentre l’amministratore controlla la quadratura delle  entrate e delle uscite!

Insomma, cari amici, questo per darvi un’idea di quanto “materiale umano” vi sia dietro uno spettacolo e ancor di più dietro un film (come il casting od il location manager).

Quindi, un grazie di cuore a tutte queste importanti, essenziali, figure professionali all’ombra dei riflettori e quasi sempre disponibilissime ed affettuose.

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